Da Vizzini al SIFAR (1907-1955)

Giovanni de Lorenzo nacque a Vizzini (Catania) il 29 novembre 1907 da Aurelio e Teresa Albina Venturi. Un’ anno dopo la nascita la famiglia si trasferì a Genova, dove trascorse la prima giovinezza.

dl1Conseguita la maturità a 17 anni, l’opposizione del padre (ufficiale effettivo di fanteria deluso dalle condizioni dell’esercito postbellico) gli impedì di concorrere, come desiderava, per l’Accademia Militare, e lo portò ad iscriversi alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova. Non aveva però affatto rinunciato ad intraprendere la carriera militare: si trattava solo di attendere la maggiore età.

Il primo settembre 1928 entrò alla Scuola di Applicazione di Artiglieria di Torino avvalendosi di una disposizione che consentiva agli studenti del terzo anno di ingegneria di accedervi direttamente con il grado di sottotenente (i cosiddetti berrettini).

Tenente in servizio permanente effettivo dal 16 ottobre 1930 fu assegnato a vari reparti.

Il 3 luglio 1936 si laureò in ingegneria navale meccanica a Napoli e il 9 dicembre 1936 sposò Ada Foscolo appartenente ad un’antica famiglia veneziana. Il 7 novembre 1939 nacque il suo unico figlio Alessandro.

Nel 1937 frequentò a Torino la Scuola di Guerra uscendo nel 1940 tra primi classificati.

Prese parte alla seconda fase della campagna di Russia svolgendo gli incarichi di ufficiale di collegamento presso il Corpo d’Armata tedesco e poi di Vice Capo Ufficio Operazioni dell’ 8° Armata (“ARMIR”).

Dopo l’8 settembre fu inviato dal Comando Supremo dell’Esercito ad organizzare la resistenza al Nord, nella zona di Ravenna e qui conobbe Arrigo Boldrini con cui ebbe sempre un rapporto di stima reciproca.

Nel marzo 1944 raggiunse Roma dove fu Vicecapo Ufficio Informazioni del Fronte Clandestino Militare

Per l’attività svolta nella resistenza gli fu concesso un avanzamento, per merito di guerra per l’attività in Romagna, ed una medaglia d’argento a valor militare, per il periodo marzo-giugno 1944 Roma.

Dopo la guerra ottenne vari comandi tra i quali: Comandante del 33° Reggimento d’Artiglieria da Campagna “Folgore” d’istanza a Padova, Sottocapo di Stato Maggiore al Comando FTASE a Verona, Capo di Stato Maggiore del V° Corpo d’Arma Vittorio Veneto, Comandante dell’artiglieria dell’XI° CMT e della divisione di fanteria “Pinerolo” a Bari.

La destinazione in Puglia, decise la carriera militare del Generale. Infatti, incaricato del breafing alle autorità durante le esercitazioni dell’estate 1955, ebbe occasione di farsi conoscere ed apprezzare dal nuovo Presidente della Repubblica Gronchi che se ne ricordò quando il Ministro della Difesa Taviani gli sottopose la nomina del nuovo capo del Servizio Informazioni Forze Armate (“SIFAR”) al posto del generale Ettore Musco.

Per approfondimenti si veda Da Vizzini al Sifar.

Capo del SIFAR (1955 – 1962)

Nel dicembre 1955, su indicazione del Presidente della Repubblica Gronchi, de Lorenzo assunse il comando del SIFAR.

Generale de Lorenzo con Egidio Viggiani

Generale de Lorenzo con Egidio Viggiani

Appena nominato capo del SIFAR il Generale de Lorenzo, a seguito della insurrezione in Ungheria e del successivo intervento sovietico, decise di recarsi da solo in territorio ungherese per raccogliere informazioni sulla disposizione delle forze sovietiche che comunicò agli alleati della NATO. Tale azione venne molto apprezzata dagli americani.

Occorre ricordare infatti che l’Italia, nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, con la presenza del più forte partito comunista europeo, si trovava in una posizione delicata. I timori di un passaggio nell’orbita sovietica, presenti a partire dal 1948, si accentuano dopo la battuta d’arresto della DC e dei suoi alleati nelle elezioni del 1953.

E’ in questo clima che si predispongono iniziative con le quali il SIFAR, in breve tempo, divenne un efficace strumento capace di far fronte a tutte le esigenze della guerra fredda e fu considerato uno dei migliori servizi della NATO. (Si veda Lettera Taviani e Libro di Giorgino; Relazione On. Buffone).

Il 27 ottobre 1957 il Presidente del Consiglio Adone Zoli delegò al capo del SIFAR la facoltà di concedere il Nulla Osta di Segretezza (“NOS”) in accordo con la NATO necessario a tutti coloro che, per svolgere un lavoro, dovessero accedere a notizie concernenti la sicurezza nazionale.

Fu proprio la necessaria concessione del NOS che determinò la proliferazione dei fascicoli informativi negli anni del comando del Generale de Lorenzo (vedi Relazione del Generale sul caso de Lorenzo dell’11.3.1969)

Il 28 ottobre 1958 il Generale de Lorenzo in qualità di capo del SIFAR firmò l’atto costitutivo della rete Stay Behind (c.d. Gladio).

Nel luglio 1960 vi fu la grande mobilitazione delle piazze contro il governo Tambroni, sostenuto dal Movimento Sociale. In questo quadro furono predisposte, dal Ministro dell’Interno, on. Taviani, le cosiddette “Circolari Vicari” per l’ordine pubblico, dal nome dell’allora capo della polizia Angelo Vicari.

L’onorevole Moro nel memoriale trovato in Via Montenevoso ha ricordato come in quel periodo delicato e convulso de Lorenzo resse il timone del SIFAR scrivendo:

Il Generale de Lorenzo va ricordato come colui che collaborò in modo attivo, come capo del SIFAR, con me segretario del partito nel ’60 per far rientrare nei binari della normalità la situazione incandescente creatasi con la costituzione del Governo Tambroni. Questo fu infatti, a mio parere, il fatto più grave e minaccioso per le istituzioni intervenuto in quell’epoca. Infatti de Lorenzo, in continuo contatto con me, mi fornì tutte le intercettazioni utili ed altri elementi informativi che mi permisero di esigere le dimissioni del Governo Tambroni e promuovere la costituzione del Governo Fanfani che fu il primo a fruire dell’astensione socialista. In complesso il periodo 60 e 64 fu estremamente agitato e pericoloso.”

Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri
(1962 – 1965)

Il 14 ottobre 1962 il Generale de Lorenzo venne nominato Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri.

dl3All’atto della sua nomina l’Arma si trovava in uno stato di crisi assai grave a causa dell’estrema povertà dei mezzi e di risorse con le quali era costretta ad operare. Vi erano pochissimi automezzi disponibili per le attività di servizio, per giunta con chilometraggio mensile limitato, per cui la vigilanza dei centri abitati e delle campagne veniva eseguita a piedi o in bicicletta. Appena insediatosi il Generale de Lorenzo effettuò un’ispezione per tutte le legioni, si rese conto della situazione e puntò subito alla soluzione per aggiornare ed ammodernare l’Arma.

De Lorenzo intuì che l’Arma avrebbe dovuto gestire direttamente i fondi stanziati per le sue necessità e non tramite il Ministero della Difesa, come invece avveniva.

Così pochi giorni dopo il suo insediamento chiese ed ottenne che fosse riconosciuta all’Arma l’autonomia amministrativa e di bilancio condizione indispensabile per varare un programma di ammodernamento. (c.d. Legge de Lorenzo) (vedi autonomia amministrativa e bilancio)

Grazie a tale autonomia l’Arma fu immediatamente potenziata: furono acquisite nuove caserme, migliaia di autovetture vennero assegnate ai reparti, furono costituiti i nuclei radiomobili dotati delle veloci “gazzelle”, sorsero i centri elicotteri, il centro di investigazione scientifica, fu istituita una sala operativa collegata in ponte radio a tutti i comandi dell’Arma, venne costituita una brigata meccanizzata su quattro reggimenti.

Inoltre il Generale de Lorenzo sostituì la triste divisa kaki adottata nel dopoguerra con la tradizionale l’uniforme nera e prese molte altre iniziative a favore del personale dell’Arma che rimase sempre molto legata al suo comandante. Il suo periodo di comando fu decisivo per risollevare le sorti dell’Arma dei Carabinieri come riconosciuto unanimemente da tutti.

Capo di Stato Maggiore dell’Esercito (1966 -1967)

Il 1 febbraio 1966 de Lorenzo venne nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito subentrando al gen. Giuseppe Aloja passato al ruolo più importante di Capo di Stato Maggiore della Difesa.

La scelta del Generale de Lorenzo avvenne anche con il gradimento delle sinistre ed in particolare favorevoli furono, oltre l’On. Aldo Moro, anche esponenti della sinistra moderata come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat (i quali si fidavano di un ex partigiano come de Lorenzo), ma fu invisa a qualche generale e venne osteggiata da alcuni settori delle stesse Forze Armate. (vedi Relazione del Generale sul caso de Lorenzo dell’11.3.1969)

dl5Inizia così la c.d. “Guerra dei Generali” tra il gen. Aloia, Capo di Stato Maggiore della Difesa, e il gen. de Lorenzo, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, contrapposti sul piano dei modelli militari e dei principi che li ispiravano.

Da un lato, Aloia, legato alla destra oltranzista, spingeva il pedale ideologico nella preparazione dei militari attraverso i “corsi di ardimento” dall’altro, de Lorenzo, schierato per l’apoliticità dell’Esercito.

Appena nominato de Lorenzo decise di annullare i corsi di ardimento e di varare un programma di ammodernamento dell’Esercito che però non tardò a scontrarsi con interessi consolidati dell’industria militare.

Il contrasto si manifestò soprattutto con il rifiuto di de Lorenzo di procedere all’acquisto dei carri armati M60 della americana Chrysler e concessi in licenza alla Oto Melara in quanto eccessivamente costosi, palesemente inadatti alle esigenze dell’esercito italiano (il carro armato non consentiva il trasporto ferroviario per la sua mole incompatibile con le gallerie italiane) ed il cui sistema di acquisto si prestava a molte perplessità. (vedi Ministero della Difesa raccomandata via radio).

Tale decisione creò lo scompiglio tra tutti coloro che erano interessati a questi lucrosi programmi militari e fu la rovina di de Lorenzo: si inimicò gli industriali, i generali accomodanti, i politici e gli americani ed iniziarono sotterranee azioni per eliminarlo.

A tal fine si attivò, mediante stampa e televisione, una campagna diffamatoria nella quale si affermava che come Capo del SIFAR aveva deviato il Servizio dai suoi fini istituzionali, avendo creato fascicoli informativi ritenuti illegittimi.

Quindi il Ministro della Difesa Roberto Tremelloni, su insistenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, istituì una singolare commissione d’inchiesta, presieduta del generale Aldo Beolchini (acerrimo nemico di de Lorenzo) che doveva verificare l’origine dei fascicoli informativi e l’uso che ne era stato fatto delle informazioni raccolte.

Ma la commissione in realtà fu un plotone di esecuzione con l’obiettivo di emarginare il Generale de Lorenzo. Vennero sentite più di 60 persone e la maggior parte delle domande loro rivolte riguardavano fatti e situazioni che nulla avevano a che fare con lo scopo dell’indagine disposta dal Ministro. Le conclusioni della Commissione c.d. relazione Beolchini sostennero che il SIFAR aveva deviato dai suoi compiti istituzionali a causa delle schedature illegittime e della c.d. proliferazione dei fascicoli a partire dal 1959 in poi.

Senza precisare che la massa dei fascicoli era indispensabile per la concessione dei nulla osta di segretezza (NOS) e che i fascicoli che avevano destato qualche risentimento si rifacevano al periodo 1963-65 quando de Lorenzo non era più Capo del Sifar,

Tuttavia prima che la Commissione concludesse i lavori il Ministro della Difesa incaricò il consigliere di Stato Andrea Lugo (capo di gabinetto del Ministro Tremelloni e membro della Commissione Beolchini), di convincere il Generale a dare le dimissioni in cambio di un incarico d’ambasciatore. Tale proposta venne sdegnosamente respinta da de Lorenzo, il quale sostenne di aver sempre agito nel pieno rispetto della legge e nell’interesse esclusivo dell’Esercito. Fallito il tentativo del consigliere Lugo il giorno successivo volle provarci personalmente il Ministro della Difesa che convocò il Generale nel suo gabinetto e gli rinnovò la proposta di un incarico da ambasciatore, ma ne ricevette un nuovo rifiuto. A seguito di ciò, lo stesso giorno, il 15 aprile 1967, il Generale de Lorenzo fu destituito con la motivazione che era venuto meno il rapporto di fiducia con il governo. (vedi Relazione del Generale sul caso de Lorenzo dell’11.3.1969 e Relazione Alessandro de Lorenzo).

Tuttavia, i suoi successori non modificarono le decisioni prese dal Generale sugli M60 e sui corsi di ardimento e ciò risulta essere la riprova del fatto che su tali questioni avesse ragione.

Il vaglio della relazione Beolchini da parte della Magistratura, Il processo all’Espresso e la Commissione Lombardi

Il Procuratore Generale di Roma, a seguito della campagna di stampa sul SIFAR, chiese al Ministro della Difesa una copia della Relazione Beolchini e svolse i suoi accertamenti.

Il Procuratore concluse nel senso che non era stato ravvisato nessun abuso né nell’impianto dei fascicolo, che erano esistiti sin dalla costituzione del SIFAR, né nell’utilizzazione del loro contenuto. Conseguentemente il Giudice Istruttore dott. Giovanni Moffa archiviò il procedimento con decreto del 1 dicembre 1967 non rilevando alcun illecito nella attività del SIFAR e tantomeno nei confronti del Generale de Lorenzo (vedi Sentenza Moffa 1.12.1967).

Nel maggio del 1967, un mese dopo la destituzione del Generale de Lorenzo, un’inchiesta dell’Espresso accusò l’ex Presidente della Repubblica Antonio Segni ed il Generale di aver tentato un Colpo di Stato nel luglio 1964. Scoppiò lo scandalo.

Avverso a tale articolo il segretario del partito socialista Pietro Nenni, protagonista della crisi dell’estate 1964, scrisse nei suoi diari il 1 giugno 1967 “A mia conoscenza non ci furono minacce di colpo di Stato e non si fece in nessun modo pesare su di noi una tale minaccia” (vedi I Diari di Nenni)

Il Generale de Lorenzo querelò l’Espresso ed il processo, che ebbe una grande eco mediatica, si chiuse il 4 marzo 1968 con la condanna dei giornalisti Scalfari e Jannuzzi per diffamazione.

I Giudici conclusero che “Non una delle affermazioni contenute negli articoli ha mai avuto concreto fondamento di verità” (vedi sentenza Tribunale Roma 1.3.1968)

Mentre era ancora in fase di definizione il processo contro l’Espresso, nel gennaio 1968 venne istituita dal Ministero della Difesa una seconda commissione presieduta dal Generale Lombardi che escluse “che le predisposizioni e le iniziative assunte nella primavera-estate 1964 avessero il fine dell’effettuazione di un colpo di Stato”.

Tra l’altro Il c.d. “Piano Solo” nel 1970 si trovava ancora presso il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri che, nel rispondere ad una richiesta del Tribunale di Roma di visionarlo, scriveva “gli elaborati del cosiddetto “Piano Solo”, e rimasti allo stadio di bozze sono da considerarsi di vietata divulgazione ai sensi del R.D. 11 luglio 1941 n. 1161” (Risposta Comando Arma a Tribunale Roma 27.1.1970)

Elezione in Parlamento: Attività parlamentare e la Commissione Parlamentare d’Inchiesta (1968 – 1973)

Alle elezioni politiche del 19 maggio 1968, dopo la sentenza di condanna di Scalfari e Jannuzzi, Alfredo Covelli, Segretario del Partito Democratico di Unità Monarchica (PDIUM) offrì a de Lorenzo la candidatura al Parlamento nella Circoscrizione di Roma. De Lorenzo fu eletto grazie all’appoggio dei carabinieri che lo votarono in massa, con un numero di preferenze superiore al Segretario Covelli, raggiungendo il quorum che consentì al partito di far entrare in parlamento 6 parlamentari monarchici.

Nel 1968 dai banchi della Camera dei Deputai, l’Onorevole de Lorenzo propose la costituzione di una Commissione Parlamentare di Inchiesta per indagare sulle presunte deviazioni del S.I.F.A.R. a partire dal 1947 e sull’attività dell’Arma dei Carabinieri per tutto il periodo del 1964, e che fosse distribuita la Sentenza di archiviazione “Moffa” a tutti i parlamentari.

Il Generale, che nulla aveva da nascondere, avrebbe voluto mettere in luce le vere ragioni della campagna mediatica nei suoi confronti ed evidenziare le responsabilità politiche. Ma le sue richieste caddero nel vuoto. Purtroppo sull’Arma dei Carabinieri l’esame si limitò ai soli ai fatti del giugno luglio 1964, senza esaminare le responsabilità politiche. (vedi Interventi in parlamento 1968 – 1971).

La Commissione Bicamerale d’Inchiesta presieduta dal democristiano on. Giuseppe Alessi, dopo 131 sedute e l’esame di un’ampissima documentazione terminò i suoi lavori il 15 dicembre 1970 senza aver rilevato “confidenze o indicazioni allusive al proposito eversivo, né una qualsiasi lontana prova di intese, comunque allusive, a congiure che avessero per oggetto di colpo di Stato politico-militare” (vedi Commissione Parlamentare Inchiesta pagg. 1053, 1054, 1289).

Nel 1971 aderì al Gruppo Parlamentare del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, dove venne rieletto nel 1972.

Nel dicembre 1972 de Lorenzo decise di rimettere le querele nei confronti di Eugenio Scalfari, Lino Jannuzzi e due altri giornalisti dell’Espresso. Un passo a cui pervenne, da un lato, per il grave stato di avanzamento della malattia tumorale e anche in considerazione degli accertamenti compiuti dalla Commissione Parlamentare Alessi. La decisione fu accettata da tutte le parti in causa. (vedi Remissione di querela)

Pochi mesi dopo la remissione di querela, il 26 aprile 1973 Giovanni de Lorenzo morì all’età 65 anni senza che, malgrado i suoi sforzi ed i verdetti a lui favorevoli, le ombre sulla sua vicenda si fossero dissipate. E sul piano storico c’è da domandarsi il perché. (Vedi FAQ Domande e Risposte)

L’8 maggio 1973 Sandro Pertini, allora presidente della Camera dei Deputati commemorò in Parlamento l’on de Lorenzo e lo elogiò solennemente per la sua carriera e le sue onorificenze. Ricordò in particolare che “[..] la più bella pagine della sua vita Giovanni de Lorenzo la scrisse subito dopo l’8 settembre 1943 quando si schierò senza indugio con la Resistenza […]”. (Vedi Commemorazione Pertini)